Smart working: la rivoluzione a metà
Sei anni dopo l’esperimento forzato del Covid, lavorare da casa è una pratica sempre più diffusa. Ma l’ufficio alla fine non muore mai.
Lasciatemi qui. Un auspicio che tutti abbiamo vissuto in vacanza, ma che per qualcuno è proseguito anche al rientro. In questo caso, però, il “qui” sta per casa, come alternativa al ritorno nello spazio fisico dell’ufficio.
Parliamo naturalmente dei lavoratori in smart working, una condizione che appena sei anni fa sembrava destinata a diventare quasi inevitabile per buona parte di chi lavorava davanti a una scrivania. E che invece oggi si scopre essere una rivoluzione… meno rivoluzionaria del previsto.
Il 2020 ci aveva infatti insegnato che per lavorare non era sempre indispensabile trovarsi tutti nello stesso posto. Tanto che qualcuno già immaginava uffici destinati a svuotarsi per sempre, mentre qualcun altro aspettava semplicemente che tutto tornasse come prima.
Ecco: non è successo né l’uno né l’altro.
Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 gli smart worker italiani sono tornati a crescere, raggiungendo 3,575 milioni di persone. Ma sono ancora molti meno di quanti potrebbero esserlo, con circa 6,5 milioni i lavoratori che potrebbero svolgere da remoto almeno metà delle proprie attività e ancora non lo fanno.
In altre parole, quella che nel 2020 sembrava l’anticipazione di un nuovo modo di lavorare per tutti si è realizzata solo in parte. Ed è proprio adesso, quando fa molto meno notizia, che possiamo chiederci: che cosa abbiamo imparato davvero?
Lezione numero uno: ha vinto l'ibrido
Partiamo dalla previsione che non si è avverata: l’ufficio non è morto.
Ma nemmeno il lavoro da remoto è stata una parentesi destinata a chiudersi con la pandemia. Nel mezzo si è fatto spazio un modello molto meno rivoluzionario sulla carta, ma probabilmente più sostenibile nella pratica: alternare presenza e distanza.
I dati del Politecnico mostrano però quanto la possibilità di farlo sia ancora diseguale. Nelle grandi imprese italiane nel 2025 lavora da remoto il 53% degli addetti; nelle PMI la percentuale scende all’8%. Cambiano le dimensioni dell’azienda, cambiano le professioni e naturalmente cambiano le attività che possono essere svolte lontano dalla sede.
Ed è forse questa la prima grande lezione di questi sei anni: non esiste una quantità di smart working giusta per tutti.
Ci sono giornate nelle quali incontrarsi, confrontarsi o lavorare insieme nello stesso luogo ha un valore difficilmente sostituibile. E ce ne sono altre in cui affrontare un’ora di traffico per poi trascorrere otto ore davanti allo stesso computer che abbiamo a casa sembra decisamente meno sensato.
La domanda è diventata quindi meno ideologica: non più casa o ufficio?, ma dove ha più senso svolgere quello che devo fare oggi?
Lezione numero due: il tempo risparmiato conta
C’è poi una cosa molto concreta che abbiamo imparato a misurare diversamente: il tempo necessario per andare al lavoro è comunque tempo della nostra giornata.
Eurofound indica proprio la riduzione degli spostamenti tra i principali vantaggi percepiti del lavoro ibrido. Non è difficile capire perché. Mezz’ora all’andata e mezz’ora al ritorno fanno cinque ore in una settimana lavorativa. Con un’ora per tratta diventano dieci.
Naturalmente lavorare da casa non trasforma automaticamente quelle ore in tempo libero. Ma poter eliminare alcuni spostamenti significa avere più margine per organizzare la giornata: accompagnare i figli, fare sport, dormire un po’ di più o semplicemente evitare di iniziare e terminare ogni giornata nel traffico.
Ed è una conquista che ha avuto anche una conseguenza meno evidente: ha reso un po’ meno rigido il rapporto tra il posto in cui lavoriamo e quello in cui scegliamo di vivere.
Non significa che dopo il Covid ci sia stata una fuga generalizzata dalle città. Ma la possibilità di recarsi in sede solo alcuni giorni alla settimana rende sostenibili distanze che, con cinque viaggi settimanali, peserebbero molto di più.
Anche questo, sei anni fa, era molto meno scontato.
Lezione numero tre: flessibile non significa lavorare sempre
C’è però il rovescio della medaglia. Se l’ufficio ha una porta dalla quale possiamo uscire, il computer di casa è sempre a pochi metri da noi. E quando il confine fisico tra lavoro e vita privata scompare, bisogna imparare a costruirne uno nuovo.
Non sempre ci siamo riusciti.
L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano rileva che il 35% dei cosiddetti colletti bianchi italiani vive condizioni di overworking, cioè tende a prolungare eccessivamente il tempo dedicato al lavoro. Anche Eurofound richiama da tempo i rischi legati alla sovrapposizione tra tempi professionali e personali.
È uno dei paradossi dello smart working: la stessa flessibilità che ci permette di organizzare meglio una giornata può portarci a non considerarla mai davvero conclusa.
La lezione, allora, è che lavorare da remoto non significa semplicemente spostare il computer dall’ufficio al tavolo di casa. Servono regole, obiettivi chiari, fiducia e soprattutto la possibilità di disconnettersi.
Perché essere raggiungibili ovunque non significa dover essere disponibili sempre.
Lezione numero quattro: non tutti possono lavorare da remoto. E non tutti allo stesso modo
C’è un’altra eredità del 2020 che vale la pena lasciarsi definitivamente alle spalle: chiamare smart working qualunque lavoro svolto da casa.
Durante l’emergenza abbiamo trasferito fuori dagli uffici tutto quello che potevamo, spesso senza preparazione, spazi adeguati o organizzazione. Era inevitabile. Ma lavorare da remoto e lavorare in modo smart non sono necessariamente la stessa cosa.
E soprattutto non tutte le professioni possono farlo.
Un operaio, un autista, un parrucchiere, un infermiere o chi lavora nella ristorazione non possono trasferire la propria attività su Teams. Anche all’interno della stessa azienda, alcune mansioni richiedono presenza e altre no.
È uno dei motivi per cui i numeri italiani restano molto diversi a seconda del settore e della dimensione dell’impresa.
Dopo sei anni, forse, abbiamo imparato anche questo: lo smart working è uno strumento organizzativo, non un modello universale di lavoro. Funziona quando viene applicato alle attività per cui ha senso e quando offre autonomia reale, non quando diventa semplicemente una giornata fissa sul calendario.
Lezione numero cinque: se la tecnologia funziona, smettiamo di pensarci
E poi c’è lei: la connessione. Nel marzo 2020 una delle domande più frequenti era quasi inevitabile: “Reggerà Internet?”
All’improvviso sulla stessa rete domestica dovevano convivere computer aziendali, videolezioni, videocall, streaming e smartphone. Abbiamo scoperto parole come VPN, upload e banda disponibile perché, molto semplicemente, quando qualcosa non funzionava ce ne accorgevamo immediatamente.
Nel 2026 l’aspettativa è cambiata.
Una videocall non dovrebbe richiedere di chiedere agli altri di smettere di usare Internet. Un documento sul cloud dovrebbe aprirsi senza farci pensare a dove sia fisicamente archiviato. E lavorare da casa non dovrebbe significare mettere in pausa tutto quello che contemporaneamente succede nel resto della casa.
La tecnologia migliore, in fondo, è quella alla quale smettiamo di pensare.
Per questo oggi conta certamente la velocità, ma contano anche stabilità della connessione, capacità di gestire molti dispositivi contemporaneamente, prestazioni in upload e qualità della rete Wi-Fi dentro casa.
Ed è qui che sei anni di smart working incontrano anche l’evoluzione delle connessioni domestiche.
Dalla videocamera spenta… alla fibra fino a 10 Giga
Nel frattempo, infatti, è cambiata anche la tecnologia di connessione. Come dimenticare le call in cui era necessario sacrificare la videocamera (anche se qualcuno lo diceva apposta, ammettetelo 🙂 ) “perché non ho rete”?
Acqua (anzi, fibra) passata. Oggi Ovunque può portare nelle abitazioni raggiunte dalla sua rete FTTH connessioni fino a 10 Gbps in download e 2 Gbps in upload.
Un’enormità, rispetto a quanto potremo mai consumare in una giornata normale tra mail, cloud e videoconferenze. Ma il punto interessante è un altro.
La connessione di casa non serve più a una cosa alla volta. Mentre qualcuno lavora, un’altra persona può guardare una serie in 4K, qualcuno può giocare online, gli smartphone sincronizzano foto e video e decine di dispositivi continuano silenziosamente a utilizzare la rete. È questa la casa reale nella quale deve funzionare lo smart working del 2026.
A settembre torniamo al lavoro. Non necessariamente nello stesso posto
Forse è questa la fotografia più interessante a sei anni dal 2020. Lo smart working non ha cancellato gli uffici. Non ci ha trasformati tutti in nomadi digitali. E non ha nemmeno risolto automaticamente il problema dell’equilibrio tra vita e lavoro.
Ha fatto però qualcosa di più concreto: ha aggiunto una possibilità. Possiamo scegliere la presenza quando stare insieme serve davvero e la distanza quando permette di lavorare meglio, risparmiare uno spostamento o organizzare diversamente la giornata.
Settembre rimane il mese del ritorno al lavoro. Solo che, nel 2026, tornare al lavoro non significa necessariamente tornare tutti i giorni nello stesso luogo.
E se negli ultimi sei anni abbiamo imparato davvero qualcosa, è che la libertà di scegliere dove lavorare funziona soltanto quando organizzazione e tecnologia ci permettono di farlo senza pensarci troppo.
La scrivania sceglietela voi. Noi i Giga che vi servono li portiamo letteralmente Ovunque.